04/04/2011

Un articolo di Johannes Thumf= art apparso su Die Zeit on line (1) il 1=B0 aprile 2011.

L’IDEA DELLA GUERRA GIUSTA

L’azione militare in Li= bia solleva di nuovo un vecchio interrogativo: può una guerra essere giusta? E se = sì: quella contro il regime di Gheddafi lo è?

In quali casi, pur non trattandosi di una guerra puramente difensiva, è legittimo fare guerra contro uno St= ato sovrano? Oggi, mentre i jet della Nato sparano contro l’esercito di uno St= ato sovrano, questo interrogativo è particolarmente dirompente;=A0 ma se ne discute da millenni.

Già per Cicerone una g= uerra era giusta – bellum iustum – se era difensiva. I primi teorici come Sant’= Agostino e l’Hostiensis svilupparono l’idea che guerre giuste possono essere combat= tute anche per altre ragioni, più o meno come uno strumento della cristianizzaz= ione. Dal tempo delle crociate deriva la cattiva considerazione dell’idea che si = possa far guerra in nome del bene.Occidentale

Nel Rinascimento sorse poi il concetto che potesse essere giusta una guerra per motivi umanitari. Lo spagnolo Francisco de Vitoria, filosofo del diritto, chiedeva nelle sue lezioni del 1539 sulla scoperta dell’America di porre un termine ai sacrifici uman= i degli aztechi attraverso un intervento europeo.

Vitoria viene oggi considerat= o come il padre spirituale delle Nazioni Unite. Per lui sussisteva una responsabilità collettiva dell’umanità che non si ferma dinanzi all= e frontiere di uno Stato. Il criterio essenziale della guerra giusta è per lui un’= ;ingiustizia che fa soffrire una popolazione civile: più o meno quando le vien= e tolto il diritto all’incolumità fisica o la sua partecipazione econom= ica e politica alla comunità. Quando una simile ingiustizia è sistemati= ca, per esempio quando un governo nega assolutamente ai cittadini una partecipazione politica ed economica, è un dovere, secondo Vitoria, far cadere questo governo dall’esterno.

Questa era già allora = una definizione pericolosamente aperta. Vitoria dunque la restrinse: una guerra giusta doveva servire esclusivamente a eliminare l’illecito. Essa non ave= va il diritto di aumentare la potenza dei partecipanti. E tuttavia i suoi argomenti furono criticati già mentre era in vita, dal momento che servivan= o a giustificare il colonialismo spagnolo nell’America Latina. Occidentale 2

Nei secoli dopo Vitoria in Europa si moltiplicarono i dubbi che egli stesso aveva sollevato: forse che una guerra non può essere considerata giuridicamente fondata da ambedue i belligeranti? In particolare le guerre religiose del sedicesimo e diciassettesimo secolo condussero ad absurdum l’idea di una guerra giusta per una sola delle parti. Le po= tenze cattoliche e protestanti pretesero di porsi a difensori dei loro adepti nei territori della confessione nemica.

Dalle amare esperienze della Guerra dei Trent’anni si sviluppò l’ordine della Pace di Westfalia del 164= 8: un sistema internazionale di Stati sovrani che vietavano l’ingerenza n= ei loro affari interni. La guerra difensiva divenne agli occhi dei più l&= #8217;unica forma di guerra legittima. Europa centrale

Da allora il principio della = non ingerenza è stato sostenuto da molti. Anche Kant nel suo scritto sulla pace del 1795 ha indicato che l’intervento umanitario non è un mezzo appropriato p= er raggiungere la pace mondiale. L’idea di una guerra giusta presuppone un ordine giuridico sopraordinato ai singoli Stati. Il quale però non esiste.<= /span>

Tale ordine giuridico è= ; nato con l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite nel 1945. Naturalmente la Carta contava innanzi tutto sui mezzi diplomatici, per assicurare una stabile pace mondiale. Tuttavia l’intervento contro la Germania e contro il Giappo= ne aveva mostrato che la guerra poteva benissimo essere necessaria e giusta. Per questo la Carta accordava al Consiglio di Sicurezza il potere di decidere le misure militari necessarie contro gli Stati. L’idea della guerra giusta di Vitoria era di nuovo sul tappeto.

Come si può valutare l’intervento in Libia secondo la prospettiva di questa idea? Michael Walzer, un noto seguace di Vitoria, non lo vede come conforme al diritto. Infatti, il nudo desiderio di liberarsi di un dittatore non è sufficiente per lo spargimento di sangue. = Solo gravi crimini contro l’umanità, all’incirca un genocidio, po= trebbero legittimare un intervento. Ma è di tutta evidenza che Gheddafi non ha com= messo un genocidio.

Tuttavia anche violazioni dei diritti umani, come quelle che erano all’ordine del giorno in Libia – tor= ture, bombardamento di civili – secondo la prospettiva di Vitoria giustificano un intervento per far cessare questi illeciti.=A0 E nello stess= o modo argomenta la Risoluzione 1973 dell’Onu riguardo alla L= ibia. I dimostranti libici hanno assunto volontariamente grandissimi rischi per indicare queste violazioni del loro diritto alla partecipazione e all’incol= umità e per far valere le loro richieste.

Comunque la Carta dell’= Onu, considerata nella sua essenza, non vede nessun intervento per imporre diritti umani positivi, come la partecipazione politica, ma si limita a criteri negativi. Prima di tutto per essa sono ragioni per gli interventi il fatto che si metta in pericolo la pace mondiale e la sicurezza internazionale. Il regime di Gheddafi non ha creato nessun pericolo di questo genere.

In ogni caso si pone il probl= ema di sapere perch=E9 si interviene in Libia e non altrove. Naturalmente, la decisione riguardo all’intervento dell’Onu non spetta ad un solo Stato. = Per questo bisogna vedere esattamente perch=E9 l’Occidente, così attivo sul te= ma della Libia, fa ben poco per sostenere attivamente, per esempio, il movimento democratico in Birmania.

La legittimazione dell’= azione militare in Libia verrebbe già meno, secondo Vitoria, quando a causa dei bombardament= i fossero uccisi dei civili. Quando coloro che oggi attaccano Gheddafi approfittassero dei commerci con lui. Oppure quando società occidentali fossero incaric= ate della ricostruzione del Paese oppure ottenessero un conveniente accesso alla risorse petrolifere. Ogni genere di vantaggio dei partecipanti alla guerra giusta è inevitabilmente un ostacolo alla sua legittimità.

Secondo il metro di Vitoria p= er una guerra giusta – ed anche secondo quello delle Nazioni Unite – il comportame= nto della comunità internazionale riposa su fragili fondamenta.

Rimane un argomento empirico:= le democrazie molto raramente scendono in guerra le une contro le altre. A lungo termine non esiste nessun migliore mezzo per assicurare la pace mondiale che sostenere i movimenti democratici nei loro sforzi. L’intervento in Libia mostra a= ncora una volta le possibilità, ma anche le imponderabilità di questa = idea. Perch=E9 anche George W.Bush si richiamò a questo argomento.

Johannes Thumfart

Traduzione dal tedesco di Gia= nni Pardo.

(1)http://www.zeit.de/politik/2011-04/libyen-gerechtigkeit-k...

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GE= RECHTIGKEIT

Di= e Idee des gerechten Krieges

Der Libyen-Einsatz wirft eine alte Frage wieder auf: Kann ein Krieg gerecht sein? Und wenn ja: Ist es der gegen das Gadhafi-Regime?.

Wa= nn ist es legitim, Krieg gegen einen souver=E4nen Staat zu f=FChren, wenn es sich dabei nicht um einen Verteidigungskrieg handelt? Heute, da Nato-Kampfjets das Milit=E4r eines souver=E4nen Staates beschie=DFen, ist diese Frage besonders brisant; diskutiert aber wird sie schon seit Jahrtausenden.

Noch = f=FCr Cicero war ein gerechter Krieg –=A0bellu= m iustum=A0– ein Verteidigungskrieg. Erst christ= liche Theoretiker wie Augustinus und Hostiensis entwickelten die Idee, dass gerechte Kriege auch aus anderen Gr=FCnden gef=FChrt werden k=F6nnten, etwa als Instru= ment der Christianisierung. Aus der Zeit der Kreuzz=FCge entstammt das schlechte Ansehen der Idee, Krieg im Namen des Guten zu f=FChren.

In de= r Renaissance dann entstand das Konzept des gerechten Krieges aus humanit=E4ren Motiven. Der spanische Rechtsphilosoph Francisco de Vitoria forderte in seinen Vorlesungen zur Entdeckung Amerikas von 1539, die Menschenopfer der Azteken durch ein europ=E4isches Einschreiten zu beenden.

Vitor= ia gilt heute als geistiger Vater der Vereinten Nationen. F=FCr ihn bestand ein Verantwortungszusammenhang der Menschheit, der nicht an den Grenzen eines Staats halt macht. Das wesentliche Kriterium des gerechten Kriegs ist f=FCr ihn eine Unrechtm=E4=DFigkeit, die eine Zivilbev=F6lkerung erleidet – etwa, wenn ihr das Recht auf k=F6rperliche Unversehrtheit genommen wird oder ihre =F6konomische und politische Teilhabe am Gemeinwesen. Wenn ein solches Unrecht systematisch ist, etwa weil eine Regierung den B=FCrgern grunds=E4tzlich die politische und =F6konomische Teilhabe verweigert, ist es nach Vitoria Pflicht, diese Regierung von au=DFen zu st=FCrzen.

Da= s war schon damals ist eine gef=E4hrlich offene Definition. Vitoria schr=E4nkte sie zwar ein: Ein gerechter Krieg d=FCrfe ausschlie=DFlich dazu dienen, Unrecht zu beheben. Es d=FCrfe die Macht der Akteure nicht vergr=F6=DFern. Dennoch wurden seine Argumente schon zu sei= nen Lebzeiten kritisiert, da sie dazu dienten, den spanischen Kolonialismus in Lateinamerika zu rechtfertigen.

In den Jahrhunderten nach Vitoria mehrten sich in Europa Zweifel, die er selbst schon angef=FChrt hatte: Kann ei= n Krieg nicht auch von beiden Seiten aus als gerecht begr=FCndet werden? Besonders die konfessionellen Kriege des 16. und 17. Jahrhunderts f=FChrten die Idee eines einseitig gerechten Kriegs ad absurdum. Katholische und protestantische M=E4chte nahmen f=FCr sich in Anspruch, ihren Anh=E4ngern in den Territori= en der verfeindeten Konfession beizustehen.

Au= s den bitteren Erfahrungen des Drei=DFigj=E4hrigen Krieges entwickelte sich die Ordnung des Westf=E4lischen Friedens von 1648: Ein internationales System souver=E4ner Staaten, die sich die Einmischung in ihre inneren Angelegenheiten verbaten. Der Verteidigungskrieg wurde in den Augen der meisten die einzige Form des legitimen Kriegs.

Se= ither wird das Prinzip der Nicht-Einmischung von vielen vertreten. Auch Kant wies in seiner Friedensschrift von 1795 darauf hin, dass die humanit=E4re Intervention kein geeignetes Mittel sei, um den Weltfrieden zu erreichen. Die Idee eines gerechten Kriegs setze eine Rechtsordnung voraus, die =FCber dem Einzelstaat stehe. Die a= ber gebe es nicht.

Sie entstand mit Inkrafttreten der Charta der Vereinten Nationen 1945. Zwar setzte die UN-Charta vor allem auf diplomatische Mittel, um den Weltfrieden dauerhaft zu sichern. Doch hatte das Vorgehen gegen Deutschland und Japan auch gezeigt, dass Kriege sehr wohl notwendig und gerecht sein konnten. Deswegen r=E4umt die Charta dem Sicherheitsrat ein, erforderliche milit=E4rische Ma=DFnahmen gegen Staaten zu beschlie=DFen. Vitori= as Idee des gerechten Kriegs war zur=FCck auf der Bildfl=E4che.

Wi= e l=E4sst sich der Libyen-Einsatz nun aus der Perspektive dieser Idee bewerten? Michael Walzer, ein bekannter Anh=E4nger Vitorias, sieht ihn als nicht gerechtfertigt an. Denn der blo=DFe Wunsch, einen Diktator loszuwerden, reiche nicht f=FCr ein Blutvergie=DFen aus. Nur schwere Verbrechen gegen die Menschlichkeit, etwa ein Genozid, k=F6nnten eine Intervention legitimieren. Einen Genozid aber hat Gadhafi ganz offensichtlich nicht begangen.

Do= ch auch Verst=F6=DFe gegen Menschenrechte, wie sie in Libyen an der Tagesordnung waren und sind – Folter, Bombardieren von Zivilisten –, rechtfertigen aus der Perspektive Vitorias ei= ne Intervention, die dieses Unrecht behebt. =C4hnlich argumentiert auch die=A0= UN-Resolution 1973 zu Libyen. Die libyschen Demonstranten haben h=F6chste Risiken auf sich aufgenommen, um auf diese Vergehen an ihren Partizipations- und Unversehrheitsrechten hinzuweisen und ihre Forderungen durchzusetzen.

Allerdings: Die UN-Charta sieht im Grunde genommen keine Intervention zur Durchsetzung positiver Menschenrechte wie politischer Teilhabe vor, sondern beschr=E4nkt sich auf negative Kriterien. Vor allem die Gef=E4hrdung des Weltfriedens und der internationalen Sicherheit ist ihr zufolge Grund f=FCr ein Einschreiten. Von Gadhafis Regime geht aber akut keine aus.

Oh= nehin stellt sich die Frage, weshalb in Libyen und nicht auch anderswo interveniert wird. Nat=FCrlich, die Entscheidung =FCber ein Eingreifen der UN obliegt nicht einem einzelnen Staat. Dennoch ist deutlich zu sehen, dass der beim Thema Libyen so aktive Westen wenig Anstalten macht, beispielsweise die Demokratiebewegung in Birma aktiv zu unterst=FCtzen.

Di= e Legitimation des Libyen-Einsatzes nach Vitoria schon dann br=FCchig, wenn bei Bombardements Zivilisten get=F6tet werden. Wenn die, die Gaddafi heute angreifen, vom Handel mit ihm profitierten. Oder wenn westliche Firmen mit dem Wiederaufbau des Landes betraut w=FCrden und einen g=FCnstigeren Zugang zu den =D6lressourcen erhielten. Jede Art vo= n Vorteil der Akteure des gerechten Kriegs steht demnach seiner Legitimit=E4t entgegen.

Na= ch Vitorias Ma=DFst=E4ben f=FCr einen gerechten Krieg – und auch denen der Vereinten Nationen – steht= das Vorgehen der internationalen Gemeinschaft auf einem br=FCchigem Fundament.

Es bleibt ein empirisches Argument: Demokratien f=FChren =E4u=DFerst selten Krieg gegeneinander. L=E4ngerfristig = gibt es kein besseres Mittel zur Sicherung des Weltfriedens, als Demokratiebewegungen in ihren Bem=FChungen zu unterst=FCtzen. Die M=F6glichkeiten, aber auch di= e Unw=E4gbarkeiten dieser Idee wird auch der Libyen-Einsatz wieder zeigen. Denn auch George W. Bush berief sich auf dieses Argument.

Johan= nes Thumfart

Di= e Zeit, 1 aprile 2011

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Un articolo di Johannes Thumfart apparso su Die Zeit on line (1) il 1=C2=B0=
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aprile 2011.
L=E2=80=99IDEA DELLA GUERRA GIUSTA 2
L=E2=80=99azione militare in Libia solleva di nuovo un vecchio interrogat=
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pu=C3=B2 una guerra essere giusta? E se s=C3=AC: quella contro il regime =
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Gheddafi lo =C3=A8?
In quali casi, pur non trattandosi di una guerra puramente difensiva, =C3=
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legittimo fare guerra contro uno Stato sovrano? Oggi, mentre i jet della=20
Nato sparano contro l=E2=80=99esercito di uno Stato sovrano, questo=20
interrogativo =C3=A8 particolarmente dirompente; ma se ne discute da mill=
enni.
Gi=C3=A0 per Cicerone una guerra era giusta =E2=80=93 bellum iustum =E2=80=
=93 se era=20
difensiva. I primi teorici come Sant=E2=80=99Agostino e l=E2=80=99Hostien=
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svilupparono l=E2=80=99idea che guerre giuste possono essere combattute a=
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per altre ragioni, pi=C3=B9 o meno come uno strumento della=20
cristianizzazione. Dal tempo delle crociate deriva la cattiva=20
considerazione dell=E2=80=99idea che si possa far guerra in nome del bene=
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Nel Rinascimento sorse poi il concetto che potesse essere giusta una=20
guerra per motivi umanitari. Lo spagnolo Francisco de Vitoria, filosofo=20
del diritto, chiedeva nelle sue lezioni del 1539 sulla scoperta=20
dell=E2=80=99America di porre un termine ai sacrifici umani degli aztechi=
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attraverso un intervento europeo.
Vitoria viene oggi considerato come il padre spirituale delle Nazioni=20
Unite. Per lui sussisteva una responsabilit=C3=A0 collettiva dell=E2=80=99=
umanit=C3=A0 che=20
non si ferma dinanzi alle frontiere di uno Stato. Il criterio essenziale=20
della guerra giusta =C3=A8 per lui un=E2=80=99ingiustizia che fa soffrire=
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popolazione civile: pi=C3=B9 o meno quando le viene tolto il diritto=20
all=E2=80=99incolumit=C3=A0 fisica o la sua partecipazione economica e po=
litica alla=20
comunit=C3=A0. Quando una simile ingiustizia =C3=A8 sistematica, per esem=
pio=20
quando un governo nega assolutamente ai cittadini una partecipazione=20
politica ed economica, =C3=A8 un dovere, secondo Vitoria, far cadere ques=
to=20
governo dall=E2=80=99esterno.
Questa era gi=C3=A0 allora una definizione pericolosamente aperta. Vitori=
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dunque la restrinse: una guerra giusta doveva servire esclusivamente a=20
eliminare l=E2=80=99illecito. Essa non aveva il diritto di aumentare la p=
otenza=20
dei partecipanti. E tuttavia i suoi argomenti furono criticati gi=C3=A0=20
mentre era in vita, dal momento che servivano a giustificare il=20
colonialismo spagnolo nell=E2=80=99America Latina.
Nei secoli dopo Vitoria in Europa si moltiplicarono i dubbi che egli=20
stesso aveva sollevato: forse che una guerra non pu=C3=B2 essere consider=
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giuridicamente fondata da ambedue i belligeranti? In particolare le=20
guerre religiose del sedicesimo e diciassettesimo secolo condussero ad=20
absurdum l=E2=80=99idea di una guerra giusta per una sola delle parti. Le=
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potenze cattoliche e protestanti pretesero di porsi a difensori dei loro=20
adepti nei territori della confessione nemica.
Dalle amare esperienze della Guerra dei Trent=E2=80=99anni si svilupp=C3=B2=
l=E2=80=99ordine=20
della Pace di Westfalia del 1648: un sistema internazionale di Stati=20
sovrani che vietavano l=E2=80=99ingerenza nei loro affari interni. La gue=
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difensiva divenne agli occhi dei pi=C3=B9 l=E2=80=99unica forma di guerra=
legittima.
Da allora il principio della non ingerenza =C3=A8 stato sostenuto da molt=
i.=20
Anche Kant nel suo scritto sulla pace del 1795 ha indicato che=20
l=E2=80=99intervento umanitario non =C3=A8 un mezzo appropriato per raggi=
ungere la=20
pace mondiale. L=E2=80=99idea di una guerra giusta presuppone un ordine=20
giuridico sopraordinato ai singoli Stati. Il quale per=C3=B2 non esiste.
Tale ordine giuridico =C3=A8 nato con l=E2=80=99entrata in vigore della C=
arta delle=20
Nazioni Unite nel 1945. Naturalmente la Carta contava innanzi tutto sui=20
mezzi diplomatici, per assicurare una stabile pace mondiale. Tuttavia=20
l=E2=80=99intervento contro la Germania e contro il Giappone aveva mostra=
to che=20
la guerra poteva benissimo essere necessaria e giusta. Per questo la=20
Carta accordava al Consiglio di Sicurezza il potere di decidere le=20
misure militari necessarie contro gli Stati. L=E2=80=99idea della guerra =
giusta=20
di Vitoria era di nuovo sul tappeto.
Come si pu=C3=B2 valutare l=E2=80=99intervento in Libia secondo la prospe=
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questa idea? Michael Walzer, un noto seguace di Vitoria, non lo vede=20
come conforme al diritto. Infatti, il nudo desiderio di liberarsi di un=20
dittatore non =C3=A8 sufficiente per lo spargimento di sangue. Solo gravi=
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crimini contro l=E2=80=99umanit=C3=A0, all=E2=80=99incirca un genocidio, =
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legittimare un intervento. Ma =C3=A8 di tutta evidenza che Gheddafi non h=
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commesso un genocidio.
Tuttavia anche violazioni dei diritti umani, come quelle che erano=20
all=E2=80=99ordine del giorno in Libia =E2=80=93 torture, bombardamento d=
i civili =E2=80=93=20
secondo la prospettiva di Vitoria giustificano un intervento per far=20
cessare questi illeciti. E nello stesso modo argomenta la Risoluzione=20
1973 dell=E2=80=99Onu riguardo alla Libia. I dimostranti libici hanno ass=
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volontariamente grandissimi rischi per indicare queste violazioni del=20
loro diritto alla partecipazione e all=E2=80=99incolumit=C3=A0 e per far =
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loro richieste.
Comunque la Carta dell=E2=80=99Onu, considerata nella sua essenza, non ve=
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nessun intervento per imporre diritti umani positivi, come la=20
partecipazione politica, ma si limita a criteri negativi. Prima di tutto=20
per essa sono ragioni per gli interventi il fatto che si metta in=20
pericolo la pace mondiale e la sicurezza internazionale. Il regime di=20
Gheddafi non ha creato nessun pericolo di questo genere.
In ogni caso si pone il problema di sapere perch=C3=A9 si interviene in L=
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e non altrove. Naturalmente, la decisione riguardo all=E2=80=99intervento=
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dell=E2=80=99Onu non spetta ad un solo Stato. Per questo bisogna vedere=20
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poco per sostenere attivamente, per esempio, il movimento democratico in=20
Birmania.
La legittimazione dell=E2=80=99azione militare in Libia verrebbe gi=C3=A0=
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secondo Vitoria, quando a causa dei bombardamenti fossero uccisi dei=20
civili. Quando coloro che oggi attaccano Gheddafi approfittassero dei=20
commerci con lui. Oppure quando societ=C3=A0 occidentali fossero incarica=
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della ricostruzione del Paese oppure ottenessero un conveniente accesso=20
alla risorse petrolifere. Ogni genere di vantaggio dei partecipanti alla=20
guerra giusta =C3=A8 inevitabilmente un ostacolo alla sua legittimit=C3=A0=
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Secondo il metro di Vitoria per una guerra giusta =E2=80=93 ed anche seco=
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quello delle Nazioni Unite =E2=80=93 il comportamento della comunit=C3=A0=
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internazionale riposa su fragili fondamenta.
Rimane un argomento empirico: le democrazie molto raramente scendono in=20
guerra le une contro le altre. A lungo termine non esiste nessun=20
migliore mezzo per assicurare la pace mondiale che sostenere i movimenti=20
democratici nei loro sforzi. L=E2=80=99intervento in Libia mostra ancora =
una=20
volta le possibilit=C3=A0, ma anche le imponderabilit=C3=A0 di questa ide=
a. Perch=C3=A9=20
anche George W.Bush si richiam=C3=B2 a questo argomento.
Johannes Thumfart
Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo.
(1)http://www.zeit.de/politik/2011-04/libyen-gerechtigkeit-krieg?page=3D1

Un articolo di Johannes Thumfart apparso su Die Zeit on line (1) il 1=B0 aprile 2011.

L’IDEA DELLA GUERRA GIUSTA

L’azione= militare in Libia solleva di nuovo un vecchio interrogativo: pu=F2 una guerra essere giusta? E se s=EC: quella contro il regime di Gheddafi lo =E8?

In quali casi, pur non trattandosi di una guerra puramente difensiva, =E8 legittimo fare guerra contro uno Stato sovrano? Oggi, mentre i jet della Nato sparano contro l’esercito di = uno Stato sovrano, questo interrogativo =E8 particolarmente dirompente;=A0 ma se ne discute da millenni.

Gi=E0 per Cice= rone una guerra era giusta – bellum iustum – se era difensiva. I primi teorici come Sant’Agostino e l’Hostiensis svilupparono l’idea che guerre giuste possono essere combattute anche per altre ragioni, pi=F9 o meno come uno strumento della cristianizzazione. Dal tempo delle crociate deriva la cattiva considerazione dell’idea c= he si possa far guerra in nome del bene.

Nel Rinascimen= to sorse poi il concetto che potesse essere giusta una guerra per motivi umanitari. Lo spagnolo Francisco de Vitoria, filosofo del diritto, chiedeva nelle sue lezioni del 1539 sulla scoperta dell’America di porre un termine ai sacrific= i umani degli aztechi attraverso un intervento europeo.<= /p>

Vitoria viene oggi considerato come il padre spirituale delle Nazioni Unite. Per lui sussisteva una responsabilit=E0 collettiva dell’umanit=E0 che non si ferma dinanzi al= le frontiere di uno Stato. Il criterio essenziale della guerra giusta =E8 per lui un’ingiustizia che fa soffrire una popolazione civile: pi=F9 o meno quando le viene tolto il diritto all’incolumit=E0 fisica o la sua partecipazione econo= mica e politica alla comunit=E0. Quando una simile ingiustizia =E8 sistematica, = per esempio quando un governo nega assolutamente ai cittadini una partecipazione politica ed economica, =E8 un dovere, secondo Vitoria, far cadere questo governo dall’esterno.

Questa era gi=E0 allora una definizione pericolosamente aperta. Vitoria dunque la restrinse: una guerra giusta doveva servire esclusivamente a eliminare l’illecito. Essa n= on aveva il diritto di aumentare la potenza dei partecipanti. E tuttavia i suoi argomenti furono criticati gi=E0 mentre era in vita, dal momento che servivano a giustificare il colonialismo spagnolo nell’America Latina.

Nei secoli dop= o Vitoria in Europa si moltiplicarono i dubbi che egli stesso aveva sollevato: forse che una guerra non pu=F2 essere considerata giuridicamente fondata da ambedue i belligeranti? In particolare le guerre religiose del sedicesimo e diciassettesimo secolo condussero ad absurdum l’idea di una guerra giusta per una sola delle parti.= Le potenze cattoliche e protestanti pretesero di porsi a difensori dei loro adepti nei territori della confessione nemica.

Dalle amare esperienze della Guerra dei Trent’anni si svilupp=F2 l’ordine della Pace di Westfalia del 16= 48: un sistema internazionale di Stati sovrani che vietavano l’inger= enza nei loro affari interni. La guerra difensiva divenne agli occhi dei pi=F9 l’unica forma di guerra legittima.

Da allora il principio della non ingerenza =E8 stato sostenuto da molti. Anche Kant nel suo scritto sulla pace del 1795 ha indicato che l’intervento umanitario non =E8 un mezzo appropriato = per raggiungere la pace mondiale. L’idea di una guerra giusta presuppone un o= rdine giuridico sopraordinato ai singoli Stati. Il quale per=F2 non esiste.=

Tale ordine giuridico =E8 nato con l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite nel 1945. Naturalmente la Carta contava innanzi tutto sui mezzi diplomatici, per assicurare una stabile pace mondiale. Tuttavia l’intervento contro la Germania e contro il Giappone aveva mostrato che la guerra poteva benissimo essere necessaria e giusta. Per questo la Carta accordava al Consiglio di Sicurezza il potere di decidere le misure militari necessarie contro gli Stati. L’idea della guerra gius= ta di Vitoria era di nuovo sul tappeto.

Come si pu=F2 valutare l’intervento in Libia secondo la prospettiva di questa idea? Michael Walzer, un noto seguace di Vitoria, non lo vede come conforme al diritto. Infatti, il nudo desiderio di liberarsi di un dittatore non =E8 sufficiente per lo spargimento di sangue. Solo gravi crimini contro l’umanit=E0, all’incirca un genocidio, p= otrebbero legittimare un intervento. Ma =E8 di tutta evidenza che Gheddafi non ha commesso un genocidio.

Tuttavia anche violazioni dei diritti umani, come quelle che erano all’ordine del giorno in Libia ̵= 1; torture, bombardamento di civili – secondo la prospettiva di Vitoria giustifica= no un intervento per far cessare questi illeciti.=A0 E nello stesso modo argomenta la Risoluzione 1973 dell’Onu riguardo = alla Libia. I dimostranti libici hanno assunto volontariamente grandissimi rischi per indicare queste violazioni del loro diritto alla partecipazione e all’incolumit=E0 e per far valere le loro richieste.

Comunque la Ca= rta dell’Onu, considerata nella sua essenza, non vede nessun intervento per imporre diritti umani positivi, come la partecipazione politica, ma si limita a criteri negativi. Prima di tutto per essa sono ragioni per gli interventi il fatto che si metta in pericolo la pace mondiale e la sicurezza internazionale. Il regime di Gheddafi non ha creato nessun pericolo di questo genere.<= /p>

In ogni caso s= i pone il problema di sapere perch=E9 si interviene in Libia e non altrove. Naturalmente, la decisione riguardo all’intervento dell’Onu non spetta ad un solo S= tato. Per questo bisogna vedere esattamente perch=E9 l’Occidente, cos=EC attivo sul t= ema della Libia, fa ben poco per sostenere attivamente, per esempio, il movimento democratico in Birmania.

La legittimazi= one dell’azione militare in Libia verrebbe gi=E0 meno, secondo Vitoria, quando a causa dei bombardamenti fossero uccisi dei civili. Quando coloro che oggi attaccano Gheddafi approfittassero dei commerci con lui. Oppure quando societ=E0 occidentali fossero incaricate della ricostruzione del Paese oppure ottenessero un conveniente accesso alla risorse petrolifere. Ogni genere di vantaggio dei partecipanti alla guerra giusta =E8 inevitabilmente un ostacolo alla sua legittimit=E0.

Secondo il met= ro di Vitoria per una guerra giusta – ed anche secondo quello delle Nazioni Unite – il comportamento della comunit=E0 internazionale riposa su fragili fondamenta.

Rimane un argomento empirico: le democrazie molto raramente scendono in guerra le une contro le altre. A lungo termine non esiste nessun migliore mezzo per assicurare la pace mondiale che sostenere i movimenti democratici nei loro sforzi. L’intervento in Libia mo= stra ancora una volta le possibilit=E0, ma anche le imponderabilit=E0 di questa idea= =2E Perch=E9 anche George W.Bush si richiam=F2 a questo argomento.=

Johannes Thumf= art

Traduzione dal tedesco di Gianni Pardo.

(1)http://www.zeit.de/politik/2011-04/libyen-gerechtigkeit-k...

=A0

=A0

GE= RECHTIGKEIT

Di= e Idee des gerechten Krieges

Der Libyen-Einsatz wirft eine alte Frage wieder auf: Kann ein Krieg gerecht sein? Und wenn ja: Ist es der gegen das Gadhafi-Regime?.

Wa= nn ist es legitim, Krieg gegen einen souver=E4nen Staat zu f=FChren, wenn es sich dabei nicht um einen Verteidigungskrieg handelt? Heute, da Nato-Kampfjets das Milit=E4r eines souver=E4nen Staates beschie=DFen, ist diese Frage besonders brisant; diskutiert aber wird sie schon seit Jahrtausenden.

Noch = f=FCr Cicero war ein gerechter Krieg –=A0bellu= m iustum=A0– ein Verteidigungskrieg. Erst christ= liche Theoretiker wie Augustinus und Hostiensis entwickelten die Idee, dass gerechte Kriege auch aus anderen Gr=FCnden gef=FChrt werden k=F6nnten, etwa als Instru= ment der Christianisierung. Aus der Zeit der Kreuzz=FCge entstammt das schlechte Ansehen der Idee, Krieg im Namen des Guten zu f=FChren.

In de= r Renaissance dann entstand das Konzept des gerechten Krieges aus humanit=E4ren Motiven. Der spanische Rechtsphilosoph Francisco de Vitoria forderte in seinen Vorlesungen zur Entdeckung Amerikas von 1539, die Menschenopfer der Azteken durch ein europ=E4isches Einschreiten zu beenden.

Vitor= ia gilt heute als geistiger Vater der Vereinten Nationen. F=FCr ihn bestand ein Verantwortungszusammenhang der Menschheit, der nicht an den Grenzen eines Staats halt macht. Das wesentliche Kriterium des gerechten Kriegs ist f=FCr ihn eine Unrechtm=E4=DFigkeit, die eine Zivilbev=F6lkerung erleidet – etwa, wenn ihr das Recht auf k=F6rperliche Unversehrtheit genommen wird oder ihre =F6konomische und politische Teilhabe am Gemeinwesen. Wenn ein solches Unrecht systematisch ist, etwa weil eine Regierung den B=FCrgern grunds=E4tzlich die politische und =F6konomische Teilhabe verweigert, ist es nach Vitoria Pflicht, diese Regierung von au=DFen zu st=FCrzen.

Da= s war schon damals ist eine gef=E4hrlich offene Definition. Vitoria schr=E4nkte sie zwar ein: Ein gerechter Krieg d=FCrfe ausschlie=DFlich dazu dienen, Unrecht zu beheben. Es d=FCrfe die Macht der Akteure nicht vergr=F6=DFern. Dennoch wurden seine Argumente schon zu sei= nen Lebzeiten kritisiert, da sie dazu dienten, den spanischen Kolonialismus in Lateinamerika zu rechtfertigen.

In den Jahrhunderten nach Vitoria mehrten sich in Europa Zweifel, die er selbst schon angef=FChrt hatte: Kann ei= n Krieg nicht auch von beiden Seiten aus als gerecht begr=FCndet werden? Besonders die konfessionellen Kriege des 16. und 17. Jahrhunderts f=FChrten die Idee eines einseitig gerechten Kriegs ad absurdum. Katholische und protestantische M=E4chte nahmen f=FCr sich in Anspruch, ihren Anh=E4ngern in den Territori= en der verfeindeten Konfession beizustehen.

Au= s den bitteren Erfahrungen des Drei=DFigj=E4hrigen Krieges entwickelte sich die Ordnung des Westf=E4lischen Friedens von 1648: Ein internationales System souver=E4ner Staaten, die sich die Einmischung in ihre inneren Angelegenheiten verbaten. Der Verteidigungskrieg wurde in den Augen der meisten die einzige Form des legitimen Kriegs.

Se= ither wird das Prinzip der Nicht-Einmischung von vielen vertreten. Auch Kant wies in seiner Friedensschrift von 1795 darauf hin, dass die humanit=E4re Intervention kein geeignetes Mittel sei, um den Weltfrieden zu erreichen. Die Idee eines gerechten Kriegs setze eine Rechtsordnung voraus, die =FCber dem Einzelstaat stehe. Die a= ber gebe es nicht.

Sie entstand mit Inkrafttreten der Charta der Vereinten Nationen 1945. Zwar setzte die UN-Charta vor allem auf diplomatische Mittel, um den Weltfrieden dauerhaft zu sichern. Doch hatte das Vorgehen gegen Deutschland und Japan auch gezeigt, dass Kriege sehr wohl notwendig und gerecht sein konnten. Deswegen r=E4umt die Charta dem Sicherheitsrat ein, erforderliche milit=E4rische Ma=DFnahmen gegen Staaten zu beschlie=DFen. Vitori= as Idee des gerechten Kriegs war zur=FCck auf der Bildfl=E4che.

Wi= e l=E4sst sich der Libyen-Einsatz nun aus der Perspektive dieser Idee bewerten? Michael Walzer, ein bekannter Anh=E4nger Vitorias, sieht ihn als nicht gerechtfertigt an. Denn der blo=DFe Wunsch, einen Diktator loszuwerden, reiche nicht f=FCr ein Blutvergie=DFen aus. Nur schwere Verbrechen gegen die Menschlichkeit, etwa ein Genozid, k=F6nnten eine Intervention legitimieren. Einen Genozid aber hat Gadhafi ganz offensichtlich nicht begangen.

Do= ch auch Verst=F6=DFe gegen Menschenrechte, wie sie in Libyen an der Tagesordnung waren und sind – Folter, Bombardieren von Zivilisten –, rechtfertigen aus der Perspektive Vitorias ei= ne Intervention, die dieses Unrecht behebt. =C4hnlich argumentiert auch die=A0= UN-Resolution 1973 zu Libyen. Die libyschen Demonstranten haben h=F6chste Risiken auf sich aufgenommen, um auf diese Vergehen an ihren Partizipations- und Unversehrheitsrechten hinzuweisen und ihre Forderungen durchzusetzen.

Allerdings: Die UN-Charta sieht im Grunde genommen keine Intervention zur Durchsetzung positiver Menschenrechte wie politischer Teilhabe vor, sondern beschr=E4nkt sich auf negative Kriterien. Vor allem die Gef=E4hrdung des Weltfriedens und der internationalen Sicherheit ist ihr zufolge Grund f=FCr ein Einschreiten. Von Gadhafis Regime geht aber akut keine aus.

Oh= nehin stellt sich die Frage, weshalb in Libyen und nicht auch anderswo interveniert wird. Nat=FCrlich, die Entscheidung =FCber ein Eingreifen der UN obliegt nicht einem einzelnen Staat. Dennoch ist deutlich zu sehen, dass der beim Thema Libyen so aktive Westen wenig Anstalten macht, beispielsweise die Demokratiebewegung in Birma aktiv zu unterst=FCtzen.

Di= e Legitimation des Libyen-Einsatzes nach Vitoria schon dann br=FCchig, wenn bei Bombardements Zivilisten get=F6tet werden. Wenn die, die Gaddafi heute angreifen, vom Handel mit ihm profitierten. Oder wenn westliche Firmen mit dem Wiederaufbau des Landes betraut w=FCrden und einen g=FCnstigeren Zugang zu den =D6lressourcen erhielten. Jede Art vo= n Vorteil der Akteure des gerechten Kriegs steht demnach seiner Legitimit=E4t entgegen.

Na= ch Vitorias Ma=DFst=E4ben f=FCr einen gerechten Krieg – und auch denen der Vereinten Nationen – steht= das Vorgehen der internationalen Gemeinschaft auf einem br=FCchigem Fundament.

Es bleibt ein empirisches Argument: Demokratien f=FChren =E4u=DFerst selten Krieg gegeneinander. L=E4ngerfristig = gibt es kein besseres Mittel zur Sicherung des Weltfriedens, als Demokratiebewegungen in ihren Bem=FChungen zu unterst=FCtzen. Die M=F6glichkeiten, aber auch di= e Unw=E4gbarkeiten dieser Idee wird auch der Libyen-Einsatz wieder zeigen. Denn auch George W. Bush berief sich auf dieses Argument.

Johan= nes Thumfart

Di= e Zeit, 1 aprile 2011

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L'idea della guerra giusta

Un articolo di Johannes Thumf= art apparso su Die Zeit on line (1) il 1=B0 aprile 2011.

L’IDEA DELLA GUERRA GIUSTA

L’azione militare in Li= bia solleva di nuovo un vecchio interrogativo: pu=F2 una guerra essere giusta? E se s=EC: quella contro il regime di Gheddafi lo =E8?

In quali casi, pur non trattandosi di una guerra puramente difensiva, =E8 legittimo fare guerra contro uno Stato sovrano? Oggi, mentre i jet della Nato sparano contro l’esercito di uno St= ato sovrano, questo interrogativo =E8 particolarmente dirompente;=A0 ma se ne discute da millenni.

Gi=E0 per Cicerone una guerra= era giusta – bellum iustum – se era difensiva. I primi teorici come Sant’= Agostino e l’Hostiensis svilupparono l’idea che guerre giuste possono essere combat= tute anche per altre ragioni, pi=F9 o meno come uno strumento della cristianizzazione. Dal tempo delle crociate deriva la cattiva considerazione dell’idea che si = possa far guerra in nome del bene.

Nel Rinascimento sorse poi il concetto che potesse essere giusta una guerra per motivi umanitari. Lo spagnolo Francisco de Vitoria, filosofo del diritto, chiedeva nelle sue lezioni del 1539 sulla scoperta dell’America di porre un termine ai sacrifici uman= i degli aztechi attraverso un intervento europeo.

Vitoria viene oggi considerat= o come il padre spirituale delle Nazioni Unite. Per lui sussisteva una responsabilit=E0 collettiva dell’umanit=E0 che non si ferma dinanzi alle fro= ntiere di uno Stato. Il criterio essenziale della guerra giusta =E8 per lui un’ingi= ustizia che fa soffrire una popolazione civile: pi=F9 o meno quando le viene tolto il diritto all’incolumit=E0 fisica o la sua partecipazione economica e politica alla comunit=E0. Quando una simile ingiustizia =E8 sistematica, per esempio quando un governo nega assolutamente ai cittadini una partecipazione politica ed economica, =E8 un dovere, secondo Vitoria, far cadere questo governo dall’esterno.

Questa era gi=E0 allora una definizione pericolosamente aperta. Vitoria dunque la restrinse: una guerra giusta doveva servire esclusivamente a eliminare l’illecito. Essa non ave= va il diritto di aumentare la potenza dei partecipanti. E tuttavia i suoi argomenti furono criticati gi=E0 mentre era in vita, dal momento che servivano a giustificare il colonialismo spagnolo nell’America Latina.

Nei secoli dopo Vitoria in Europa si moltiplicarono i dubbi che egli stesso aveva sollevato: forse che una guerra non pu=F2 essere considerata giuridicamente fondata da ambedue i belligeranti? In particolare le guerre religiose del sedicesimo e diciassettesimo secolo condussero ad absurdum l’idea di una guerra giusta per una sola delle parti. Le po= tenze cattoliche e protestanti pretesero di porsi a difensori dei loro adepti nei territori della confessione nemica.

Dalle amare esperienze della Guerra dei Trent’anni si svilupp=F2 l’ordine della Pace di Westfalia del 1648: un sistema internazionale di Stati sovrani che vietavano l’ingerenza n= ei loro affari interni. La guerra difensiva divenne agli occhi dei pi=F9 l’= ;unica forma di guerra legittima.

Da allora il principio della = non ingerenza =E8 stato sostenuto da molti. Anche Kant nel suo scritto sulla pace del 1795 ha indicato che l’intervento umanitario non =E8 un mezzo appropriato per raggiungere la pace mondiale. L’idea di una guerra giusta presuppone un ordine giuridico sopraordinato ai singoli Stati. Il quale per=F2 non esiste.

Tale ordine giuridico =E8 nat= o con l’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite nel 1945. Naturalmente la Carta contava innanzi tutto sui mezzi diplomatici, per assicurare una stabile pace mondiale. Tuttavia l’intervento contro la Germania e contro il Giappo= ne aveva mostrato che la guerra poteva benissimo essere necessaria e giusta. Per questo la Carta accordava al Consiglio di Sicurezza il potere di decidere le misure militari necessarie contro gli Stati. L’idea della guerra giusta di Vitoria era di nuovo sul tappeto.

Come si pu=F2 valutare l’intervento in Libia secondo la prospettiva di questa idea? Michael Walzer, un noto seguace di Vitoria, non lo vede come conforme al diritto. Infatti, il nudo desiderio di liberarsi di un dittatore non =E8 sufficiente per lo spargimento di sangue. Solo gravi crimini contro l’umanit=E0, all’incirca un genocidio, potrebb= ero legittimare un intervento. Ma =E8 di tutta evidenza che Gheddafi non ha commesso un genocidio.

Tuttavia anche violazioni dei diritti umani, come quelle che erano all’ordine del giorno in Libia – tor= ture, bombardamento di civili – secondo la prospettiva di Vitoria giustificano un intervento per far cessare questi illeciti.=A0 E nello stess= o modo argomenta la Risoluzione 1973 dell’Onu riguardo alla L= ibia. I dimostranti libici hanno assunto volontariamente grandissimi rischi per indicare queste violazioni del loro diritto alla partecipazione e all’incol= umit=E0 e per far valere le loro richieste.

Comunque la Carta dell’= Onu, considerata nella sua essenza, non vede nessun intervento per imporre diritti umani positivi, come la partecipazione politica, ma si limita a criteri negativi. Prima di tutto per essa sono ragioni per gli interventi il fatto che si metta in pericolo la pace mondiale e la sicurezza internazionale. Il regime di Gheddafi non ha creato nessun pericolo di questo genere.

In ogni caso si pone il probl= ema di sapere perch=E9 si interviene in Libia e non altrove. Naturalmente, la decisione riguardo all’intervento dell’Onu non spetta ad un solo Stato. = Per questo bisogna vedere esattamente perch=E9 l’Occidente, cos=EC attivo sul tema de= lla Libia, fa ben poco per sostenere attivamente, per esempio, il movimento democratico in Birmania.

La legittimazione dell’= azione militare in Libia verrebbe gi=E0 meno, secondo Vitoria, quando a causa dei bombardamenti fossero uccisi dei civili. Quando coloro che oggi attaccano Gheddafi approfittassero dei commerci con lui. Oppure quando societ=E0 occidentali fossero incaricate della ricostruzione del Paese oppure ottenessero un conveniente accesso alla risorse petrolifere. Ogni genere di vantaggio dei partecipanti alla guerra giusta =E8 inevitabilmente un ostacolo alla sua legittimit=E0.

Secondo il metro di Vitoria p= er una guerra giusta – ed anche secondo quello delle Nazioni Unite – il comportame= nto della comunit=E0 internazionale riposa su fragili fondamenta.

Rimane un argomento empirico:= le democrazie molto raramente scendono in guerra le une contro le altre. A lungo termine non esiste nessun migliore mezzo per assicurare la pace mondiale che sostenere i movimenti democratici nei loro sforzi. L’intervento in Libia mostra a= ncora una volta le possibilit=E0, ma anche le imponderabilit=E0 di questa idea. Perc= h=E9 anche George W.Bush si richiam=F2 a questo argomento.

Johannes Thumfart

Traduzione dal tedesco di Gia= nni Pardo.

(1)http://www.zeit.de/politik/2011-04/libyen-gerechtigkeit-k...

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GE= RECHTIGKEIT

Di= e Idee des gerechten Krieges

Der Libyen-Einsatz wirft eine alte Frage wieder auf: Kann ein Krieg gerecht sein? Und wenn ja: Ist es der gegen das Gadhafi-Regime?.

Wa= nn ist es legitim, Krieg gegen einen souver=E4nen Staat zu f=FChren, wenn es sich dabei nicht um einen Verteidigungskrieg handelt? Heute, da Nato-Kampfjets das Milit=E4r eines souver=E4nen Staates beschie=DFen, ist diese Frage besonders brisant; diskutiert aber wird sie schon seit Jahrtausenden.

Noch = f=FCr Cicero war ein gerechter Krieg –=A0bellu= m iustum=A0– ein Verteidigungskrieg. Erst christ= liche Theoretiker wie Augustinus und Hostiensis entwickelten die Idee, dass gerechte Kriege auch aus anderen Gr=FCnden gef=FChrt werden k=F6nnten, etwa als Instru= ment der Christianisierung. Aus der Zeit der Kreuzz=FCge entstammt das schlechte Ansehen der Idee, Krieg im Namen des Guten zu f=FChren.

In de= r Renaissance dann entstand das Konzept des gerechten Krieges aus humanit=E4ren Motiven. Der spanische Rechtsphilosoph Francisco de Vitoria forderte in seinen Vorlesungen zur Entdeckung Amerikas von 1539, die Menschenopfer der Azteken durch ein europ=E4isches Einschreiten zu beenden.

Vitor= ia gilt heute als geistiger Vater der Vereinten Nationen. F=FCr ihn bestand ein Verantwortungszusammenhang der Menschheit, der nicht an den Grenzen eines Staats halt macht. Das wesentliche Kriterium des gerechten Kriegs ist f=FCr ihn eine Unrechtm=E4=DFigkeit, die eine Zivilbev=F6lkerung erleidet – etwa, wenn ihr das Recht auf k=F6rperliche Unversehrtheit genommen wird oder ihre =F6konomische und politische Teilhabe am Gemeinwesen. Wenn ein solches Unrecht systematisch ist, etwa weil eine Regierung den B=FCrgern grunds=E4tzlich die politische und =F6konomische Teilhabe verweigert, ist es nach Vitoria Pflicht, diese Regierung von au=DFen zu st=FCrzen.

Da= s war schon damals ist eine gef=E4hrlich offene Definition. Vitoria schr=E4nkte sie zwar ein: Ein gerechter Krieg d=FCrfe ausschlie=DFlich dazu dienen, Unrecht zu beheben. Es d=FCrfe die Macht der Akteure nicht vergr=F6=DFern. Dennoch wurden seine Argumente schon zu sei= nen Lebzeiten kritisiert, da sie dazu dienten, den spanischen Kolonialismus in Lateinamerika zu rechtfertigen.

In den Jahrhunderten nach Vitoria mehrten sich in Europa Zweifel, die er selbst schon angef=FChrt hatte: Kann ei= n Krieg nicht auch von beiden Seiten aus als gerecht begr=FCndet werden? Besonders die konfessionellen Kriege des 16. und 17. Jahrhunderts f=FChrten die Idee eines einseitig gerechten Kriegs ad absurdum. Katholische und protestantische M=E4chte nahmen f=FCr sich in Anspruch, ihren Anh=E4ngern in den Territori= en der verfeindeten Konfession beizustehen.

Au= s den bitteren Erfahrungen des Drei=DFigj=E4hrigen Krieges entwickelte sich die Ordnung des Westf=E4lischen Friedens von 1648: Ein internationales System souver=E4ner Staaten, die sich die Einmischung in ihre inneren Angelegenheiten verbaten. Der Verteidigungskrieg wurde in den Augen der meisten die einzige Form des legitimen Kriegs.

Se= ither wird das Prinzip der Nicht-Einmischung von vielen vertreten. Auch Kant wies in seiner Friedensschrift von 1795 darauf hin, dass die humanit=E4re Intervention kein geeignetes Mittel sei, um den Weltfrieden zu erreichen. Die Idee eines gerechten Kriegs setze eine Rechtsordnung voraus, die =FCber dem Einzelstaat stehe. Die a= ber gebe es nicht.

Sie entstand mit Inkrafttreten der Charta der Vereinten Nationen 1945. Zwar setzte die UN-Charta vor allem auf diplomatische Mittel, um den Weltfrieden dauerhaft zu sichern. Doch hatte das Vorgehen gegen Deutschland und Japan auch gezeigt, dass Kriege sehr wohl notwendig und gerecht sein konnten. Deswegen r=E4umt die Charta dem Sicherheitsrat ein, erforderliche milit=E4rische Ma=DFnahmen gegen Staaten zu beschlie=DFen. Vitori= as Idee des gerechten Kriegs war zur=FCck auf der Bildfl=E4che.

Wi= e l=E4sst sich der Libyen-Einsatz nun aus der Perspektive dieser Idee bewerten? Michael Walzer, ein bekannter Anh=E4nger Vitorias, sieht ihn als nicht gerechtfertigt an. Denn der blo=DFe Wunsch, einen Diktator loszuwerden, reiche nicht f=FCr ein Blutvergie=DFen aus. Nur schwere Verbrechen gegen die Menschlichkeit, etwa ein Genozid, k=F6nnten eine Intervention legitimieren. Einen Genozid aber hat Gadhafi ganz offensichtlich nicht begangen.

Do= ch auch Verst=F6=DFe gegen Menschenrechte, wie sie in Libyen an der Tagesordnung waren und sind – Folter, Bombardieren von Zivilisten –, rechtfertigen aus der Perspektive Vitorias ei= ne Intervention, die dieses Unrecht behebt. =C4hnlich argumentiert auch die=A0= UN-Resolution 1973 zu Libyen. Die libyschen Demonstranten haben h=F6chste Risiken auf sich aufgenommen, um auf diese Vergehen an ihren Partizipations- und Unversehrheitsrechten hinzuweisen und ihre Forderungen durchzusetzen.

Allerdings: Die UN-Charta sieht im Grunde genommen keine Intervention zur Durchsetzung positiver Menschenrechte wie politischer Teilhabe vor, sondern beschr=E4nkt sich auf negative Kriterien. Vor allem die Gef=E4hrdung des Weltfriedens und der internationalen Sicherheit ist ihr zufolge Grund f=FCr ein Einschreiten. Von Gadhafis Regime geht aber akut keine aus.

Oh= nehin stellt sich die Frage, weshalb in Libyen und nicht auch anderswo interveniert wird. Nat=FCrlich, die Entscheidung =FCber ein Eingreifen der UN obliegt nicht einem einzelnen Staat. Dennoch ist deutlich zu sehen, dass der beim Thema Libyen so aktive Westen wenig Anstalten macht, beispielsweise die Demokratiebewegung in Birma aktiv zu unterst=FCtzen.

Di= e Legitimation des Libyen-Einsatzes nach Vitoria schon dann br=FCchig, wenn bei Bombardements Zivilisten get=F6tet werden. Wenn die, die Gaddafi heute angreifen, vom Handel mit ihm profitierten. Oder wenn westliche Firmen mit dem Wiederaufbau des Landes betraut w=FCrden und einen g=FCnstigeren Zugang zu den =D6lressourcen erhielten. Jede Art vo= n Vorteil der Akteure des gerechten Kriegs steht demnach seiner Legitimit=E4t entgegen.

Na= ch Vitorias Ma=DFst=E4ben f=FCr einen gerechten Krieg – und auch denen der Vereinten Nationen – steht= das Vorgehen der internationalen Gemeinschaft auf einem br=FCchigem Fundament.

Es bleibt ein empirisches Argument: Demokratien f=FChren =E4u=DFerst selten Krieg gegeneinander. L=E4ngerfristig = gibt es kein besseres Mittel zur Sicherung des Weltfriedens, als Demokratiebewegungen in ihren Bem=FChungen zu unterst=FCtzen. Die M=F6glichkeiten, aber auch di= e Unw=E4gbarkeiten dieser Idee wird auch der Libyen-Einsatz wieder zeigen. Denn auch George W. Bush berief sich auf dieses Argument.

Johan= nes Thumfart

Di= e Zeit, 1 aprile 2011

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Tentativo di spedizione



14/04/2009

AVVISO

Dopo mille tentativi ho risolto il problema del blog. Ne ho aperto un altro. Si chiama pardonuovo@myblog.it.

Troverete dunque l’articolo “Lo smarrimento del Pd” con tale indirizzo, e da ora in poi tutto proseguirà come prima, solo che il blog si chiamerà pardonuovo@myblog invece di giannipardo@myblog.it.

 

LO SMARRIMENTO DEL PD

Sergio Romano, nel suo editoriale sul “Corriere”, sostiene che l’Italia è accettabilmente bipolare ma vive una continua guerra fredda. La sinistra considera Berlusconi un’intollerabile anomalia, “unfit to govern”, mentre il Cavaliere considera se stesso l’unico capace di governare e di combattere i “comunisti”. Ma questo Paese ha bisogno di una riforma costituzionale e Berlusconi – secondo l’ex-ambasciatore - dovrebbe fare il primo passo per cooptare la sinistra.

Questa tesi, vista dalla Luna, è plausibilissima, ma scendendo sulla Terra le cose cambiano un po’.

L’idea che si possa intavolare un dialogo con chiunque è un’ingenuità. Durante l’Ottocento, nel Lombardo-Veneto il popolo non aveva molto da lamentarsi del governo di Vienna. Tanto che, quando ci furono ulteriori concessioni, i patrioti dissero: “Noi non vogliamo che l’Austria diventi più buona, noi vogliamo che se ne vada”. Venendo ai nostri giorni…

 

 Il resto dell’articolo su www.pardo.ilcannocchiale.it-.

 

Avverto i miei gentili lettori che sono nell’impossibilità di gestire questo blog. Il servizio di assistenza mi dice che non riesce ad eliminare il guasto. Per queste ragioni invito chi volesse leggere l’articolo ad aprire www.pardo.ilcannocchiale.it. Anche in quel sito è possibile continuare il nostro dialogo. Dolente per il piccolo fastidio. Questo avviso sarà ripetuto ancora per qualche giorno.

Se qualcuno volesse essere inserito nella mia personale mailing list, potrei inviargli direttamente ciò che vado pubblicando. Basterà chiederlo a giannipardo@libero.it.

G.P.

 

13/04/2009

WHEN IN JAPAN, DO…

Si discute molto della prevedibilità dei terremoti. Sulla Stampa lo fa perfino Luca Ricolfi, ponendo molte domande agli scienziati. Molte, ma non quella che le riassume tutte: come ci si comporta, al riguardo, in Giappone?

Se nel mondo si rende necessario il restauro di un quadro è normale che si venga in Italia. Se si vogliono informazioni sull’astronautica, è meglio rivolgersi agli Stati Uniti. Perché non bisognerebbe fare lo stesso con il Giappone, vittima di terrificanti terremoti e alla punta del progresso scientifico e tecnologico? Non si può ragionare come se il resto del mondo non esistesse o non potesse saperne più di noi.

Allo stato attuale del progresso scientifico, la discussione sulla prevedibilità dei terremoti...
 

Il resto dell’articolo su www.pardo.ilcannocchiale.it-.

 

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G.P.

12/04/2009

 KEEP SMILING

 “Nessun dubbio, lei è stato avvelenato”. “Ma come è potuto avvenire, dottore? E che veleno è? Ma ne è sicuro?” “Sono domande cui risponderà l’autopsia”.

Circa il 42% dei mariti non si addormenta entro mezz’ora, dopo aver fatto l’amore. Perché deve prima tornare a casa.

Una barzelletta anti-berlusconiana.

La Ferrari produce la nuova automobile di formula uno e Berlusconi va a vederla a Maranello. Chiede di poter fare un giro, non osano dirgli di no, lui pigia l'acceleratore e vola fuori pista. Macchina distrutta. Vanno a recuperare il corpo del nostro Primo Ministro e non lo trovano. Li vicino vedono solo un contadino con una vanga.

"Visto l'incidente?"

"Eccome".

"E Berlusconi?"

"Era qui, mi ha detto che non si era fatto niente, un miracolo".

"E lei?"

"Sapendo la quantità di balle che racconta, l'ho sotterrato lo stesso".

11/04/2009

C’È DI PEGGIO

Chi, come i giornalisti e i politici, ha il dovere di leggere i giornali; chi, come i pensionati, ha il tempo per farlo; chi, come la tribù internettiana, può leggerne di ogni sorta, anche stranieri, finisce con l’avere una ben triste opinione di quei mezzi d’informazione. Accumula nel tempo una tale esperienza di notizie travisate e smentite, di testi tendenziosi, di smarronate culturali, di superficialità diffusa e perfino di stupefacente ignoranza linguistica, da non avere una grande opinione della stampa.

Il passaggio successivo o, se si vuole, la tentazione successiva, è l’idea di regolamentare l’attività informativa. Si pensa a rendere più difficile l’accesso alla professione, a limitare la libertà di pubblicazione, a punire più severamente chi pubblica notizie riservate o attenta all’onore altrui. Tutte cose che, di primo acchito, sembrano logiche ed opportune. Ma è meglio pensarci due volte.

La stampa ha qualcosa in comune con l’economia. Sia l’una sia l’altra sono capaci di commettere grandi errori e per questo l’ipotesi finale…

Il resto dell’articolo su www.pardo.ilcannocchiale.it-.

 

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